Gravidanza e parto negli USA – parte seconda

Dopo aver raccontato nel post precedente come sono stata seguita dai medici negli USA durante la mia gravidanza, dedico questo post alla descrizione del mio parto avvenuto in Virginia, al Virginia Hospital Center. Voglio qui precisare che non si è trattato di un parto ‘normale’, bensì di un parto gemellare e per questo motivo ci siamo assicurati per tempo che l’ospedale avesse un reparto di TIN (terapia intensiva neonatale), che negli USA si chiama NICU, e che i ginecologi che mi seguivano avessero esperienza di parti gemellari. Inoltre verso il settimo mese di gravidanza ci siamo iscritti ad un corso intensivo di 8 ore tenuto presso l’ospedale in cui ci hanno dato varie informazioni sul parto, la cura del neonato, ecc. e ci hanno fatto fare un tour del reparto di neonatologia. Ovviamente mentre in Italia questi corsi sono gratis, negli USA si pagano profumatamente e la nostra assicurazione non copriva i costi legati a questi corsi.

D’accordo con i miei ginecologi, poichè entrambe le bimbe erano posizionate a testa in giù, avremmo optato per il parto naturale, salvo imprevisti (cosa assai rara in Italia, dove, generalmente, quando si tratta di un parto gemellare, si opta per il cesareo). Cosi’, non avendo programmato un parto cesareo, siamo rimasti in balia degli eventi e la sera dell’8 gennaio 2016 alle 23 circa si sono rotte le acque. In panico totale ho chiamato il numero telefonico a disposizione per le emergenze fornito dalla mia clinica ginecologica. Il centralino mi ha messo in contatto con la ginecologa di turno la quale, ascoltando i miei sintomi, mi ha confermato che si erano rotte le acque e mi ha detto di andare subito in ospedale e che ci saremmo viste lì.

All’ospedale dopo una veloce procedura di registrazione, mi hanno fatta accomodare in una grande stanza tutta per me con tanto di TV, bagno e di un comodo divano per la gioia di mio marito che ci ha dormito tutta la notte. Lì sono stata affidata ad un’infermiera molto giovane che mi ha seguita fino alla fine del parto e che si è rivelata gentilissima, disponibile, e iper preparata..insomma un angelo. Sono rimasta in questa stanza tutta la notte fino alle 14:00 del giorno successivo con flebo per idratarmi e ossitocina per stimolare le contrazioni. La mattina successiva hanno aumentato la dose di ossitocina e, a quel punto, ho optato per un’epidurale in quanto le contrazioni mi procuravano un male insopportabile. Quando hanno visto che iniziavo a dilatarmi è iniziato il travaglio vero e proprio e mi hanno incoraggiata a spingere. Per questa operazione hanno coinvolto mio marito che mi teneva una gamba mentre l’infermiera teneva l’altra e una seconda infermiera controllava la dilatazione e le spinte. Le contrazioni venivano rilevate da un monitor e tutti mi incoraggiavano e mi complimentavano ad ogni spinta. Dopo circa un’ora la ginecologa di turno con cui avevo parlato al telefono nel momento in cui si erano rotte le acque è venuta a controllare la situazione e ha dato il permesso di portarmi in sala parto.

Lì c’era ad attendermi un team di circa 7-8 persone tra medici e infermieri incluso anche l’anestesista nel caso avessero dovuto farmi un taglio cesareo d’urgenza, più un altro team di medici e infermieri, altre 5-6 persone, che si sarebbero occupati delle mie bambine in quanto, nascendo premature, sarebbero state portate in TIN.  Circondata da tutta questa gente ho continuato a spingere finchè è nata Sophia Diletta, e, 12 minuti più tardi, è nata Valentina Gioia. Le bimbe sono state subito accudite e portate nel reparto di terapia intensiva neonatale dal team di medici e infermieri che era lì pronto a dedicarsi esclusivamente a loro.

Dopo il parto mi hanno dato alcuni punti e mi hanno riaccompagnata nella camera dove avevo trascorso la notte. Dopo circa un’ora mi hanno trasferita in un’altra camera nel reparto ‘post-parto’ e sono stata affidata ad una nuova infermiera. Anche questa camera, sebbene più piccola, era dotata di bagno privato, tv e una poltrona letto dove mio marito poteva trascorrere la notte. Qui sono rimasta due notti e mi è stato dato un menù e il numero di telefono della mensa per poter ordinare i miei pasti. Direi che mi sono trovata benissimo, quasi come in albergo! Un’infermiera è venuta a controllare la mia pressione e la temperatura corporea ogni tot di ore, un’altra è venuta a controllarmi l’utero, un’esperta in allattamento è venuta a darmi informazioni e mi ha insegnato come usare un tiralatte, la ginecologa è passata un paio di volte a vedere se andava tutto bene. Intanto le mie bimbe si trovavano in TIN e potevamo andare a fare loro visita in qualsiasi momento. Mio marito ci è andato quasi subito e io, anche se ancora stremata, ci sono andata dopo alcune ore in sedia a rotelle. Dopo due notti passati in ospedale sono stata dimessa e le nostre bimbe sono state dimesse una settimana dopo.

La mia esperienza del parto negli USA è stata altamente positiva in tutto e per tutto. Dalle camere private, alle infermiere gentili e disponibili, al menù come in albergo, dall’assistenza durante il travaglio e il parto alle cure date alle bimbe. Non potevo desiderare di essere in un posto migliore! Spero che questo post possa tranquillizzare altre italiane che si trovano a partorire negli USA: siete in ottime mani!

le bimbe pronte per essere portate a casa dall’ospedale

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Gravidanza e parto negli USA – parte prima

Virginia Hospital Center (foto per gentile concessione di Google Maps)

In questo post vorrei riportare la mia esperienza della gravidanza e del parto vissuti negli USA. Quando ho scoperto di essere incinta, trovandomi negli USA, il primo impulso è stato quello di tornare in Italia dove tutto sarebbe stato famigliare, ma mi sono fatta coraggio e sono rimasta dov’ero in modo da poter avere mio marito accanto durante tutta la gravidanza ed il parto. Subito ho cercato su internet esperienze di altre italiane che hanno partorito negli USA ma non ho trovato quasi nulla a proposito. Per questo motivo ho deciso di scrivere questo post: vorrei essere d’aiuto a chi si trova nella situazione in cui mi sono trovata io e porter darle alcune informazioni utili.

Innanzitutto devo dire che io avevo un’ottima assicurazione sanitaria attraverso il lavoro di mio marito, il che è fondamentale per poter coprire tutte le spese dei controlli medici e del parto dato che negli USA, come è noto, l’assistenza sanitaria pubblica non esiste ed è tutto privato con costi astronomici.

Per prima cosa, quando ho scoperto di essere incinta, ho cercato su internet un ginecologo vicino a casa. La scelta è caduta su una clinica in cui lavoravano diversi ginecologi che mi avrebbero seguita anche durante il parto. La mia scelta è stata aiutata dalle tante recensioni che si possono trovare online e che sono risultate utilissime.

Alla prima visita dopo una breve ecografia, campione delle urine e prelievi del sangue (negli USA i prelievi vengono fatti direttamente nella clinica ginecologica e da lì mandati ad un laboratorio analisi così come il campione di urine), mi hanno detto che mi avrebbero visitata circa ogni 3 settimane e, essendo una gravidanza ad alto rischio, mi hanno indirizzata ad un’altra clinica specializzata che si trovava nello stesso edificio.

Così per tutto il corso della gravidanza ho eseguito controlli in media ogni 2-3 settimane in entrambe le cliniche: la clinica ginecologica “di base” si è occupata di controllare l’andamento della gravidanza con ecografie, esami del sangue e delle urine e test del glucosio, mentre la clinica specializzata per le gravidanze ad alto rischio si è occupata di problematiche specifiche: il test DNA per rilevare eventuali anomalie, controllo della cervice, ecografia morfologica ecc. Le due cliniche “comunicavano” tra loro in modo che tutti i medici fossero al corrente della mia situazione. Allo stesso modo, presso la clinica ginecologica di base sono stata vista ogni volta da un ginecologo diverso in modo che tutti prendessero familiarità col mio caso poiché il giorno del parto sarei stata seguita da uno di loro che quel giorno sarebbe stato di turno.

Devo dire che sono stata pienamente soddisfatta di come le due cliniche hanno seguito la mia gravidanza. Ho trovato che tutti i ginecologi fossero molto preparati, anche se spesso andavano di fretta e non erano propensi ad un lungo dialogo. Inoltre è stato molto comodo poter fare tutti gli esami necessari presso queste due cliniche quando invece in Italia occorre fare file chilometriche per poter fare un esame del sangue in ospedale. Devo dire anche che quando avevo un dubbio o un problema telefonavo alla clinica di base e la segretaria mi faceva andare per una visita il giorno stesso! Altro lato positivo: avevano una linea telefonica attiva anche nei weekend per le emergenze.

Ho sempre guardato con occhio critico il sistema sanitario americano ma, in occasione della mia gravidanza, si è dimostrato un sistema eccellente e non ho rimpianto per niente di non trovarmi in Italia.

Per quanto riguarda il parto, ne parlerò nel mio prossimo post.

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Natale tra le palme

20161127_174355Già da metà novembre gli abitanti di Hermosillo hanno iniziato a decorare le loro case con luci natalizie, babbi natale gonfiabili e enormi pupazzi di neve di plastica….tutto questo quando la temperatura massima era ancora sui 35 gradi di giorno e circa 25 di notte. Ora che siamo a fine novembre di giorno ci sono circa 25 gradi e sembra che la prossima settimana la temperatura scenderà a 22 gradi…comunque prevedo un Natale abbastanza strano con temperature ben al di sopra dello zero e luci natalizie posizionate sulle palme anzichè sui pini…La cosa più buffa è vedere nei giardini delle case enormi pupazzi di neve illuminati e cartelli che raffigurano un pupazzo di neve con la scritta “SNOW”. Sarà proprio il caso di cantare “I am dreaming of a white Christmas, just like the one I used to know….”

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Vado al massimo, vado in Messico…

Per una serie di circostanze fortuite legate al lavoro di mio marito, io e il mio consorte ci siamo ritrovati a vivere in Messico, in una città che non sapevamo neanche che esistesse, Hermosillo. Quindi canticchiando la nota canzone di Vasco, ci siamo avventurati in macchina oltre il confine degli Stati Uniti, a sud di Tucson, Arizona e dopo circa 4 ore e mezza siamo arrivati. Quando riuscirò aggiornerò il blog con foto e osservazioni varie…anche se non sarà più così facile come prima in quanto in questi mesi la famiglia si è allargata: 10 mesi fa sono nate le nostre due gemelline, Sophia e Valentina. Quindi il mio tempo libero si è praticamente azzerato, ma cercherò comunque di ritagliarmi qualche spazio per poter postare foto di questo piccolo pezzo di mondo e i miei pensieri sul Messico e i messicani. Hasta luego!

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Nostalgia del Natale italiano

In questo periodo dell’anno, più si avvicina il Natale, più si fa sentire la nostalgia di casa…e intendo casa con la C maiuscola, ovvero quell’insieme di luoghi, sapori, odori, luci, colori e persone che contribuiscono a creare quel luogo magico da cui proveniamo e che ci è tanto caro e familiare.

Mentre decoro l’albero di Natale mi tornano in mente i pranzi pantagruelici fatti in famiglia il giorno di Natale con cugine, zii e nonni in un clima di allegria forse esagerata da qualche bicchiere di vino di troppo. A questi ricordi si intrecciano i sapori dei cibi serviti durante i pranzi di Natale, dai tortellini in brodo di carne all’arrosto di maiale all’arancia con patate o purè, dalle lasagne al forno al pandoro farcito con mascarpone. Mi tornano in mente i colori delle luci che decorano le città italiane, le immagini di tante persone che passeggiano nei centri cittadini alla ricerca dei regali natalizi e di tutte le vetrine e le piazze illuminate elegantemente a festa.

E così rimango imbambolata, con la testa piena di pensieri, immagini, sapori resi ancora più intensi dal filtro della distanza. E mi appresto a trascorrere un altro Natale lontano da Casa, sopraffatta dalla nostalgia…e dal desiderio profondo di un buon piatto di tortellini in brodo.

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Decorazioni natalizie a Verona

 

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Misteri del libero mercato

Chi vive negli USA sa bene che qualsiasi capo di abbigliamento, anche costoso, acquistato  qui è importato dalla Cina così come la maggior parte degli oggetti di uso comune come utensili, piatti, pentole, decorazioni per la casa, mobili, tovaglie, tende, lampade ecc. Sicuramente anche in Italia ormai si trovano moltissimi prodotti di provenienza cinese, ma, fortunatamente, si trovano ancora molti prodotti fabbricati in Italia di cui andiamo fieri come scarpe, cinture e capi di abbigliamento, così come mobili e pentole.

Negli Usa, quando si trovano prodotti Made in the USA si rimane a bocca aperta, un po’ perché ormai sono prodotti rari e un po’ perché sono venduti a peso d’oro. Ormai gli Americani non fanno più caso a dove vengono fatti i prodotti da loro acquistati. Ciò che conta per loro è il prezzo basso o il brand americano famoso che non può mancare nei loro armadi. E fin qua posso anche capire…anche se io non mi do per vinta e continuo a cercare prodotti che non provengono dalla Cina.

Invece una cosa che proprio non riesco a capire è come sia possibile che molti medicinali venduti negli USA vengano prodotti e importati dall’India. E non mi riferisco solo a medicinali da banco come aspirine o antidolorifici, ma anche a medicine per cui è richiesta la ricetta del medico. Possibile che in un paese enorme come gli USA non riescano a produrre abbastanza medicinali per il mercato americano? Possibile che le case farmaceutiche americane facciano produrre questi medicinali in India dove il costo di produzione è bassissimo, per poi rivenderli negli USA a prezzi esagerati sapendo che le assicurazioni dei singoli cittadini copriranno la maggior parte della spesa?

Di fronte a questi misteri del libero mercato rimango perplessa e anche un po’ schifata…20151211_211906

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Gli USA e l’apriscatole

Chi vive negli USA sa che per cucinare è indispensabile uno strumento che in Italia è considerato obsoleto, ovvero l’apriscatole. Negli USA le lattine di fagioli, mais, pomodori pelati ecc. possono essere aperte solo con un apriscatole, poichè non possiedono la magica leva che contraddistingue le lattine italiane le quali possono essere aperte facendo forza sotto la leva con un dito. Negli USA l’unica eccezione è costituita dalle lattine di Coca Cola e altre bibite che invece possiedono la famosa levetta che permette di aprirle con un dito. Ma allora perchè la stessa tecnologia non viene applicata alle altre lattine? Forse perchè agli Americani piace usare l’apriscatole? Anche questo resterà uno dei tanti misteri americani irrisolti.

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Due lattine americane di latte di cocco accompagnate dall’immancabile apriscatole

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Lattine a confronto: a sinistra una scatoletta di tonno americano e un barattolo di pomodori pelati, a destra un barattolo di fagioli italiani. Da notare la famosa levetta sulla lattina di fagioli italiani.

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